BORZACCHINI

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martedì, 31 gennaio 2006
 

Cimbràccola Lèmma toscano d'uso popolare così come ce lo riferisce il Devoto - Oli, nel suo significato più comune di donna volgare e sciatta; lo colorisce vieppiù, come di consueto, il Nieri (Idelfonso Nieri, Vocabolario lucchese, Lucca 1902) con “sciacquina, donnàcchera un po' bighelloncella, un po' chiacchierina” e ancora “sciapitella, grullacchina o ciondolina”, andando così a cogliere alcuni aspetti deteriori del femminino cari alle diffuse convinzioni , specie nella sottocultura d'ambiente rurale toscano, intorno all'inferiorità della donna, anteriormente alla sua emancipazione sancita dalla società contemporanea; non c'è dubbio che il termine in questione troverà solo scarsa e marginale applicazione ai modelli offerti dalle più fiere rappresentanti del genere femminile nel molteplice contesto della civiltà attuale (da Condoleeza Rice ad Angelica Merkel, da Milly Carlucci a Simona Ventura, da Rosy Bindi a Livia Turco, da Afef Tronchetti Provera ad Anna Falchi Ricucci, da Mara Venier a Maria De Filippi, da Vanna Marchi a Platinette, etc.) e nessuno si azzarderà a dar loro delle “cimbràccole” ancorché se ne presentino frequenti e ghiotte occasioni ed il basso volgo ne sia in qualche modo tentato.
Lo Scosciagalletty, prof. Eupompo, titolare del Master di Scienza della Depilazione Pubica alla Konthropëloo University del Minnesota, nel suo Manuale teorico - pratico per superare le Eliminatorie del Concorso di Miss Italia afferma : ‹‹…le doti richieste per queste ardue prove non sono più codificabili in relazione all'univoco e tradizionale canone estetico di “bella topa”, o “schianto di topa” secondo la più rigorosa categoria cartesiana (ripresa poi da Nietzsche con la sua topenskianttheorie - Cacciari), ma si collocano nel vasto scenario etico-sociale legato alle strategie della famiglia media italiana sul “come sistemare la bimba che oggi come oggi anche con una laurea ci si fa pochino” , seguendo gli ammaestramenti della Scuola Napoletana delle Veline, in virtù dei quali non “occorre essere una cimbràccola per diventare Miss Italia, però aiuta parecchio…” (v. anche: Carlo Conti, Un cimbràccolo tra le cimbràccole - Anch'io ho visto un bel mondo, Salsomaggiore 2005)>>.
Ancora il sullodato Nieri ci propone, al maschile, la voce “cimbràccolo” nel significato dispregiativo di pendàgliolo, ovverosia qualcosa che sporga e penzoli in fondo alle vesti, come piccolo ludibrio indice di disordine e sciatteria, che pur divergendo dal più specifico femminile, si è sviluppato nel lessico popolare nel fornir nozione d'alcunché di inutile o d'orpello bizzarro ed etnico di qualche pretesa (l'esser “piene di cimbràccoli” è la condizione tipica dell'agghindamento di dame d'alto rango nella maltentata ambizione d'apparire “spiritose” - Marta Marzotto), nonché di personaggio pomposetto e in presunzione di cultura, come qualmente si presentano al pubblico certi intrattenitori televisivi d'attuale fama e successo, tristi epìgoni della più fulgida e, ahinoi, giubilata figura di Mike Bongiorno, per anni interprete autentico dei migliori sentimenti nazionali (“Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi…” v. Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno, in: Diario minimo, Bologna 1981)
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mercoledì, 11 gennaio 2006
 

molto prima che lo dicesse D'Alema: “Maresciallooo…si scherza, eh ?” converrebbe dirlo subito, con tono amichevole e conciliante, quando, negli ozi della villeggiatura, ci capita di chiamare amici, sodali, colleghi e s’usa irresponsabilmente il telefonino cellulare per ragionar di negozi, affari, lavoro o per ispettegolare un poco di cazzucci privati, propri ed altrui. Intanto il possibile maresciallo in annoiato ascolto capisce subito che ha a che fare con un buontempone d’antico stampo, un po’ commosso e intenerito della di lui indesiderata condizione di spia spione, e dice tra sé: “Ma senti un po’ questo scemo…” e fors’anche sorride, il che non fa mai male, specie ai pubblici ufficiali infognati in antipatiche e noiose operazioni d’intercettazione telefonica, comunque siano intese a giovare alla sorti della repubblica. Si può anche proseguir nel gioco che ufficialmente sconsiglio e da cui, per non aver rogne, mi chiamo fuori; per esempio si può anche dire: “ Gigiii, allora…per quella roba…si resta come d’accordo…vieni alle cinque e passa di dietro…che non ti vedano… con Marisa, sì…nella bauliera, ce n’è per tutti…chissà Don Girolamo… pago io, in contanti naturalmente…li mettiamo ben bene sulla graticola…senza fare troppo fumo, mi raccomando…siamo sotto osservazione…” Già il maresciallo comincia a sudare e febbrilmente maneggia manopole e cursori degli apparecchi d’ascolto, aguzza l’orecchio, chiama il superiore, gli passa l’auricolare e fa: “Ci siamo…eccoli, beccàti…!” Si può aggiungere: “La cosa alzerà molto puzzo…Sua Eccellenza l’ultima volta si è lamentato…teme che la moglie…bisogna stare più attenti…comunque l’onorevole si muove bene, è della partita e farà la sua parte…”. Il maresciallo ora si agita e prende frenetici appunti, il superiore contatta subito i suoi superiori che a loro volta avvertono qualcuno che è più Superiore ancora. Per evitare una crisi istituzionale è opportuno, a questo punto che il buontempone spieghi: “Marescialloooo, gliel’ho detto che si scherzava…stiamo organizzando un barbecue nel mio giardino dietro casa per il compleanno del mio zio prete…la roba son salsicce e bistecche, Sua Eccellenza Cucchiaioni - Carabba abita accanto e non sopporta il puzzo delle grigliate, e l’onorevole Guastapaglia, verde e membro della Commissione Ambiente, è tra gli invitati ed è abilissimo nell’abbattimento dei fumi e degli odori molesti…” E speriamo che il maresciallo ci creda. Omnia munda mundis. Ettore Borzacchini
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sabato, 31 dicembre 2005
 

vi sia di conforto tardivo questa: Apologìa dell'appartenenza all'Europa Unita Ogni tanto le umane vicende conducono all'estero il gentiluomo, non come genere di esportazione, ma per questioni di riunioni di affari, di rappresentanza o altri impicci dove egli è tenuto a parlare con i forestieri in lingua forestiera. Nella fattispecie a Londra. Fatica sovrumana per chi, pur con qualche rudimento d'inglese ma un po'sordastro e frastornato, tenti di raccapezzarsi in quei concertini di giandujati fonèmi miagolosi e strascinati che i graziosi sudditi di Sua Maestà impongono ai loro interlocutori con l'aria di dire: sei tu lo stronzo che non capisce un cazzo, io parlo la Lingua Europea, arrangiati! Senza contare che nel frustrante tentativo di rispondere o di dialogare, la testa s'invola spesso alla ricerca disperata della parolina mancante, spesso sostituita all'impronta da un patetico : “...come si dice...” cui fa seguito l'enunciazione rabbiosa di una fiorita scelta di smadonnamenti d'officina toscana. “Oh, macaroni...” sghignazzano loro, e si danno di gomito. Questo è molto europeo. La regola del convento poi vuole che nel corso di tali ritrovati, di rigoroso stampo euro - manageriale, non si consumino pasti regolari, se si esclude un breve cerimoniale in virtù del quale, verso le dodici, nei luoghi di riunione, fanno ingresso alcuni stracchi camerieri con occhi mesti da spinone e proceder da papero normanno, che recano solennemente vassoiate di bocconcini fritti, misteriosi e ingiovabili, da intingere con uno stecchino dentro vaschette di ribollenti salse esalanti tanfi di ferocissimo ràfano. Se il gentiluomo nostrano, ottenebrato dalla fame, s'azzarda ad un pur cauto assaggio, irredenta, l'anima del ràfano inquietamente gli vaga nell'esofago per almeno quarantott'ore, e tenta di risuscitare periodicamente con incontrollabili riaggallamenti di rutto aspro e ferrigno da minatore, che intride d'un pulviscolo giallastro l'aria dintorno , cosìché i vicini se ne possano tenere prudentemente alla larga. Fanno degna corona a quelle nefande vettovaglie delle funebri guantiere dove giaccciono illacrimate salme di pasticceria rococò pastellata in rosa, violetto, blu prussia, ed al loro aspetto mortuario corrisponde una gamma di sapori vagamente sanitari, dal creosoto all'acido fenico, ingentiliti da un remoto aspróre di prugna o pizziccar di cinnamòno; in luogo di bevande si offrono, a seconda della latitudine, tipi di tè e caffè a diverso stadio d'infusione, che vanno dalla tonalità leggiadra di pisciolino di neonato fino alla robusta consistenza d'olio esausto di caterpillar, tutti ugualmente impotabili in quanto aromatizzati selvaggiamente di lichene urlante e/o muffa vespertina, oppure, nel caso del caffè, decisamente olezzanti di putride ghiande. Con un po' di fortuna si può altresì disporre di succhi d'arancia o di pompelmo, spremuti canagliescamente in una mòta di semini e pellecchie, oppure di languido succo di mela, il quale, se tirato giù convenientemente marmato, viene accolto dai già martoriati visceri del gentiluomo in un tripudio di grandi e sonori festeggiamenti che si protraggono fino al mattino del giorno dopo, con dovizioso spargimento di peti spruzzati alla moda curialesca. Così durante le riunioni i partecipanti si alzano a turno, si vanno a fare un piattino di queste delizie e lo recano seco al posto di lavoro, onde poter continuare a discutere e a prendere appunti, contemporaneamente sorseggiando, sboccoccellando, mordicchiando, rutticchiando, sputacchiando. E anche questo è molto europeo. Il gentiluomo mediterraneo mal s'adatta a codesti riti: ingolla bocconi a casaccio e beve quel che gli capita, così, tanto per fermare lo stomachino, dato che deve pur dimostrare la sua vocazione europeista anche nella nutrizione: si sente osservato ed è cosciente che la via del perdono alla sua proverbiale cialtroneria magrebina passa anche per queste penitenze. E poi lo conforta la certezza, come da programma stampato in impeccabile corsivo inglese, che la sera ci sarà un vero dinner , con le gambe sotto il tavolino, in un vero ristorante prenotato dall'organizzazione. Ma la punizione divina compie proprio qui il suo arcano disegno. Difatti all'ultimo momento e con terrore egli apprende che il ristorante è italiano: perché sta scritto che gli europei vanno pazzi per i ristoranti italiani (they are so lovely, isn't it ? ). Il locale si chiama “Alla bella Venezia” , sfoggia un tendalino a righe bianche rosse e verdi all'ingresso, e all'interno istantanee allucinate di Pertini, Paolo Rossi, Sofia Loren e Alberto Tomba abbracciato al cuoco, con tanto di autografi. Arditi fotomontaggi spadellano il Cupolone accanto alla Madonnina, di fianco a Palazzo Vecchio su fondo Vesuvio; due vasi di fichidindia in vera plastica sopra una mensola d'intaglio pseudobrianzolo delimitano plotoncini di fiaschi di Chianti dal lungo collo attorto alla maniera berniniana, mentre per l'aere si diffonde suono di mandolini e voce di castrato tenorile partenopeo sulle note di "Torna a Surriento". Gli europei, ben paludati per la cena con soffici gessati blù e mezzolunghi di semigala, sono in estasi e scuotono le gote rosate in cenni di approvazione; Rocco, o Ghigo, o Carmine, un untuoso ruffiano impomatato in veste di trattore tipico (grembiulone laido, camiciola spalancata sul pelàme e sugli ori di famiglia, calzoni da torero), come non vedesse vecchi amici da secoli, si fa incontro alla deliziata compagine di veraci europei con passo di tango, lungo e strisciato, ed in un seguitar di squittìi e piroette li assetta al tavolo che è rigorosamente intovagliato a quadrettoni rossi; poi porge loro i menù, smisurati e pesanti quali brossure palatine e resta in attesa lampeggiando luridi sguardi alle ladies stagionate, che vengono squassate da spasmi ormonali ed emettono sordi bramiti dalle bernarde assopite nelle mutande. That's Italy ! Gli europei approvano con brividi misurati di piacere gastro-folcloristico una lista di primi che spazia da ‘Ravioloni boloniese pesto e agnello’ fino a ‘Linguini ventresca puttanesca’ e sconfina in un palinsesto di infide scaloppine chiamate in battesimo con nomi di vecchie glorie tricolori, da Garibaldi a Caruso, da Mussolini a Bartali e alla Lollobrigida; il ruffiano capo mobilita, a schiocco di dita, altri ruffianelli vestiti alla pescatora che arrivano tarantellando con piattate grondanti sugo, mozzarelle e italianità: si capisce che è il famoso ‘Pulcinella Mammabella’ , l'antipasto preferito dalle celebrità che frequentano a frotte il locale; figurarsi che lo chiede sempre anche Pavarotti, il quale vien qui tutte le sere; no, stasera non s'è ancora visto, ma è questione di minuti. I lurchi s'ingozzano e s'ungono i baffi di fitta canapona, mentre le lor dame bistrate accòccolano sul cucchiaio forchettate di spaghettame stracotto e poi lo succhiano con larghi trionfi di schizzi; di quei bei signori le cravatte e i gilè, colpiti a morte da balisti di pomodoro e zàcchere d'oli stravergini, vengono sollecitamente imborotalcati dall'oste prossenèta, che ammicca col ditino e fa: “Ah, porcellone...!” ed essi ripetono esilarati : “Ah porziloni...!” Gli europei ora si accorgono del nostro gentilumo, impietrito dal terrore davanti a una massiccia trancia di ‘Lasagnone Berluscone - cetrioli e mascarpone’ , e gli rivolgono frasi compiaciute d'apprezzamento nel tipico linguaggio da grande esploratore bianco con canna tonante che si vuol far capire dai selvaggi: “Qui very good italian food , io stato Italia molto bello Pisa, Naples , Capri, peccato essere mafia, ma tanto sole e tagliatelle, vino buono...” A questo punto il nostro è colto da un malcelato singhiozzo di commozione, anche perché ha realizzato che il padrone del ristorante è un turco, i camerieri son tutti spagnoli, e il cuoco, intravisto quando è andato a pisciare dietro la cucina, tradisce un bel carnato color ocra da manciù. E finalmente si sente anche lui europeo a pieno titolo.
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sabato, 17 dicembre 2005
 

ancor di galateo Di altre digressioni del gentiluomo intorno all'evacuazione intestinale e annessi 1 Così il gentiluomo, coprofilo di lignaggio, si bea d'adempiere alla fecale prassi nell'ora più privata e serena, locupletando la catàrsi fisiologica con dottissime letture filosofiche alternate a fumettistica leggera. 2 Figurarsi il disagio che egli prova in paesi d'incerti costumi anglosassoni - gli Stati Uniti d'America, nella sofferta fattispecie - quando, pur seduto sulla ciambella di un water closet di familiare apparenza, s' avveda d'aver sotto un bacino d'acque alte il cui pelo sfiora il fatale ciondolare de' dìdimi, che in esso bacino, brutti e grinzosi come natura li volle, fatuamente si specchiano quali narcisetti. Ecco che qui ha luogo l'agguato più vile, datosi che il brutale prodotto dell'evacuazione viene subito accolto, al suo sortire, da un abbraccio acquitrinoso nel quale si mescola e stempera la sua nefasta e pestifera natura, provocando trionfi di schizzi putibondi che irrorano le malposte chiappe nonché sommergendo i dìdimi stessi, al contatto con il freddo liquido ormai ridottisi a forma d'esigue nocelle ; imbarazzo e disgusto amareggiano il gentiluomo a tale esperienza, e nessuna godevole lettura riesce a sminuire quel dispiacere così basso e umiliante. 3 Altresì, per la cacciata del vischioso paduletto bulicàto di pezzettàme flottante, si è costretti poi a tirare una leva , la quale di brutto genera un procelloso vòrtice nella conca ecquorea per avvolgere a spirale l'evacuato, insieme - ed in uno - molcendone le cordonate resistenze, sminuzzandone le asperità pinolose, scollandone i leganti: tutto riducendo a tecnocratica poltiglia senza patria e senza volto che di bòtto scompare, risugata dall'abisso vorace. E di nuovo appare un lindóre estraneo e profumato di dolcióre fruttato, riformandosi il livello primitivo della diga, immota ed ostile. Ha fatto tutto lui, il water closet. 4 C'è chi sostiene che tutto ciò dipenda dall'esigenza di quei popoli di rimirar le proprie feci onde trarne auspici per la giornata, vagando a scrutarne l'intima fattura, il costrutto fisico e accortamente discernere il verde degli spinaci dal blu violaceo delle prugne, o l'atrèdine cupa delle carni dal giallume de' fagioli, o le buccette degli acini d'uva dalle pellecchie de' salumi, e su questa affannosa anàmnesi riformare alla bisogna i propri regimi dietetici, in rigoroso omaggio all'igiene alimentare, prima regola dell'individuo consumatore e produttore di beni e servizi. 5 Ché invece il gentiluomo di rango, pallido cultore dell'effimero e della sua innumerevole fenomenologia, non tollera l'equivoco d'un'omogeneizzata escrezione ispezionabile a fini sociali e medicali - illustri clinici di provata scienza ci sono apposta per quello - ed altra è la sua inclinazione, per indole e cultura. La sua è natura d'un italico cacare antico , chierico ed errabondo, ora chinato sui burrati delle forre etrusche e tra i solchi dell'arato di Cincinnato, ora sporto da' picchi degli scogli nel mare d'Ulisse, ora accovacciato nel mezzo dei prati fioriti di Campaldino, tra le colonne dei templi dirùti e sotto gli andróni dei palazzi del nemico di parte guelfa, fieramente separandosi dalle scorie e ognora e in ogni dove calando messaggi, i più intensi, d'un odio denso e concentrato. E puzzando, puzzando da fare schifo: ultima, autentica, insopprimibile risorsa e difesa degli illuminati contro le iniquità del mondo.
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martedì, 13 dicembre 2005
 

dedicato ad una cara amica ceccotóccami. La locuzione appartiene al miglior lessico toscano e deriva la proprie origini da un antico e popolare ritornello: « Cecco toccami che mamma non vede… - Mamma, Cecco mi tocca! », malizioso strambotto o dispetto con cui la fanciulla incoraggiava il giovane corteggiatore a compiere avances dalle quali immediatamente si ritraeva invocando l'intervento della madre. (« Anche se dopo un po' gli dava regolarmente la topa… », commenta sagacemente il Pindemonte .) Da questo discende la definizione 'ceccotóccami' che sta a indicare colui o colei che fa mestiere di sottile e ingiustificata provocazione e che ne trae immediato motivo di rivalsa. E' talora imprecisamente sinonimo di atteggiamento schizzinoso e permaloso; « Sei proprio ceccotóccami!… », pare che sia il testo più frequente delle note diplomatiche di Bagdad all'indirizzo del governo israeliano.
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a seguitare. Corollario della postura sul bidet. L'ortodossìa vuole che in virtù della sua concezione originaria il bidet debba essere cavalcato dal gentiluomo nell'assurda e disdicevole condizione di guardare verso il muro piuttosto che all'ameno spazio della sala da bagno, essendo che comandi e rubinetteria son disposti su quell'incomodo versante e la loro manovra alla cieca (ad esempio disponendosi nella postura diametralmente opposta) può provocare errori ed inversioni d'erogazione addirittura fatali (è a tutti noto l'effetto devastante d'un getto d'acqua bollente sul campo emorroidale e quello deprimente del gelo sulle risorse sessuali). D'altro canto la postura ortodossa con la fronte al muro, voluta da certo, eterno oscurantismo reazionario, richiama con forza tradizionali giaciture di preghiera e di pentimento del tutto incompatibili con l'assunto illuminista della funzione. La decorazione delle piastrelle della sala da bagno con immagini di soggetto laico, quali ritratti di Voltaire e di Montesquieu, scene della presa della Bastiglia, calcomanie licenziose e foto di Umberto Eco, pur essendo giovevole alla bisogna non rappresenta che un blando palliativo a questo dilacerante problema. Ma, per ovviare definitivamente al senso di scoramento e di umiliazione che assale il gentiluomo costretto a quella posizione di vergogna, è tempo che si solleciti un'inversione di tendenza chiedendo alla tecnocrazia dell'incipiente terzo millennio la creazione risolutiva d'un apparecchio che, come la buona, vecchia tazza del water consenta d'affrontare a testa alta ed in atteggiamento libertario quelle civili operazioni. Nel quadro dell'agevolazione degli atti escretivi che si compiono nella sala da bagno non è infine da trascurare il conflitto etico che insorge nel gentiluomo, allorquando nel bisogno di una minzione rapida preferisca servirsi del lavabo invece che del water closet; scelta dai più ritenuta indecente e antiigienica, ma della quale non si può negare la comodità e la praticità d'uso, poiché non vi è chi non veda quanto arduo sia talora indirizzare convenientemente nella tazza, così lontana dalla sorgente, il getto nelle sue tre fasi di emissione e come ciò possa provocare inconvenienti non secondari di inconsulto spargimento di quel liquido, atteso che non si assuma l'indecorosa e imbelle postura di seduta. Sarà pertanto considerato con indulgenza e con qualche simpatia il gentiluomo che vada orinando ne' lavamano, specie se altrui, e massimamente di odioso anfitrione e molesto parentado, ovverossia nelle ritirate di pubblici uffici ed istituzioni, sedi di partiti politici, ed altri luoghi di manifesto malanno. Infine citiamo volentieri a memoria il paradossale dittaggio del grande Mino Maccari il quale in un accesso di radicale snobismo affermava: “Non pisciate nei lavandini perché lo fanno tutti!”
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mercoledì, 07 dicembre 2005
 

il gentiluomo del terzo millennio Acuta riflessione del gentiluomo su certa pratica di igiene intima 1 Lavarsi il culo è per consuetudine del gentiluomo, oltre che pratica indispensabile di igiene intima, parte integrante della catarsi escretiva cui precedentemente facemmo menzione ; a nessuno può sfuggire infatti come la vicenda della defecazione, per quanto dilacerante e perigliosa, non possa dichiararsi conclusa ultra limen evacuationis e cioè aldilà o aldipoi della definitiva caduta dell'Angelo Ribelle nella cupa vertigine del Fatal Fognone. 2 Rimane invece l'uomo con i suoi problemi, per quanto parzialmente tentati di risolvere tramite le speciose allegorie edilizie dei Vangeli Telvisivi sui famosi dieci piani di morbidezza (con o senza seminterrato ? mansardati ? condonabili ? - si chiede ansiosamente il geometra che alberga in ognuno di noi ) di quell'ovattina a strappo calibrato e profumo ultraterreno la cui delicata inconsistenza preraffaellita si scontra, brutalmente perdente, avverso l'ostilità carsica, tumescente, catafratta d'una zona caudina che asconde l'organo torturato della defecazione; ed in esso le pigre particole trattenute dagli anfratti o barbicatesi al frastagliame, apparentate ai fronzoli piliferi, incaccolite a' margini o impiallacciate ai vertici delle fetenti trombe, rischiano di rimanere in eterno, irridendo la gentil carezza cartacea che la pubblicità televisiva gabella come salvifica redenzione dal trauma post-defecatorio; vano ed illusorio è il presentare etèree fanciulle le quali nell'uscire da piastrellate e musicali sale da bagno con un fiorito ròllo sottobraccio van proclamando beatitudini e sollievo, poiché va detto che la carta da sola non basta. 3 E' solo dopo essersi lavorato il culo con la certosina diligenza d'un miniatore di codici (e ammolla, e sgruma, e grattichia, e raschietta, e asporta) , dopo averlo lavato con la poderosa e brusca risolutezza della massaia al bucatare (e aspergi, e insapona, e sciacqua) , è solo allora che ci si dischiude la via della liberazione totale, che si verifica l'ineffabile metamorfosi dall'io cacante all'io cacato . E che queste operazioni possano effettuarsi nella loro compiutezza solo attraverso quell'attrezzo che si chiama bidet è da ascriversi tra le conquiste del progresso e della società civile. 4 Il gentiluomo copronauta di preclare virtù, avrà più volte riflettuto e a lungo sugli anni bui della clandestinità del bidet, quando, approdato a fatica nella borghese riluttanza delle private magioni provenendo dai gloriosi separè delle case di tolleranza, s'appalesò bianco , massiccio e ridondante di robinetterie ottonate, accanto al buon vecchio water dalla catena ciondolante; tanto che i vecchi lo sogguardarono con diffidenza e vi fu chi ci pisciò dentro tout - court o se ne servì per coltivarci del domestico basilico. Ed una certa qual aura di peccaminoso sospetto lo gravò per qualche tempo per via che l'attrezzo era anche preposto alle abluzioni de' genitali e alla loro manipolazione, quasi che queste bisogne fossero finalizzate al piacere più che all'igiene, siccome il prete usava raccomandare che da quelle parti era meglio toccarsi il meno possibile o anche mai. 5 Fugati questi spettri grazie anche alla luminosa opera di più d'una Conferenza Episcopale e alle solerti raccomandazioni dell'Azione Cattolica, oggi godiamo nel nostro paese dell'illimitata licenza d'uso di questo oggetto e ne disponiamo di logodinamici, di ruspo - carenati, di screziati policromi, di ipermammillonari, di mistico - barocchetti, a fungere da altari del culto laico e civile del lavarsi il culo. Non così in tutto l'occidente e nei paesi d'oltreoceano, laddove i luoghi comodi presentano desolanti vuoti al posto del nostro familiare bidet; e quali acrobatiche posture il gentiluomo , assiduo praticante di quel culto, deve allora assumere a bordo di vasca, a sponda di lavandino, per accedere al rito rinfrancante e ristoratore d'un pur sommario lavaggio! 6 E' in quei casi che il gentiluomo pensa con nostalgia struggente alla patria lontana e ai propizi lari, alle frescure di quella sorgente ineffabile, a' benefici sia del guazzo giocoso che dell'indiscreto schizzo, all'acquietamento di viperine ràgadi e di sguaiate emorroidi, al levarsi gocciolanti e liberati dalla seduta verso i destini quotidiani. 7 Non v'è chi non sappia che colui il quale, dopo la defecazione, non si è lavato il culo è soggetto al disagio di spurie gemicazioni e fastidiosi appiccicamenti di materie immonde che lo impediscono parecchio nella deambulazione e lo imbarazzano nelle soste, oltre che trovarsi perennemente afflitto da un sitàre oscenamente sottile ma ingravescente, cui non v'è certo rimedio ne' ritrovati palliativi a base di profumate essenze ai fiori di colle; perunque egli finisce, nel greve ristagno degli indumenti, per puzzare d'immondissimo rigno come merita e ognidove essere esecrato e fatto segno di ludibrio. 8 Non sarà che passi attraverso questo diverso trattamento del culo la ragione di tanta rusticità e ribalderia degli uomini e rabbia de' popoli e tristizia delle genti, di cotanto odio che li porti allo scontro cruento o alla continua sopraffazione dei deboli ? Ché più giusto ed equanime e di miglior umore, nonchè munifico e tollerante, sarà colui il quale, collaudato gentiluomo, avrà potuto tra le comodità mattutine annoverare una bella lavata di culo; laonde per cui sarà corretto apostrofare l'iniquo, lo scellerato, l'insofferente con il mònito: Vatti a lavare il culo ! 9 E allora sia imperativo etico dotare obbligatoriamente del bidet magioni, palazzi, uffici ove risiedono tutti coloro che a qualche titolo decidono le sorti dei popoli e di far vincolo a quelli di lavarsi il culo alla bisogna, e prima di qualsivoglia atto da cui dipendano pace, libertà, giustizia, benessere o anche il rilascio d'un umile certificato anagrafico. Vale in ultimo la pena di spendere qualche parola sull'equivoco universale della corretta posizione del gentiluomo - e non di meno della gentildonna - sull'attrezzo, da sempre oggetto di controversie e di disquisizioni varie, attraverso il seguente:
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mercoledì, 30 novembre 2005
 

per gli amanti del genere ho rispolverato un vecchio pezzo, arcaico quasi, in onore (e memoria) del mito della chat. Non c'è trippa per chat Ebbene sì, gente: io sono stato nella chat erotica. La chat erotica è una cosa che ha a che fare col sesso come i brigidini col Saint Honoré ma io, da quel vecchio ciaccione che sono, non ho resistito ad andare a vedere . La chat erotica è un luogo (“virtuale”, si aggiunge sempre con una punta di prosopopea, ma di virtù c'è poco) dove chiunque sia dotato d'un computer appena appena passabile e di una linea telefonica libera può accedere senza bisogno di dire chi è (dandosi un nome, nickname, fitttizio, o anche restando anonimo) e vedersi squadernare sul video una paginata di discorsi di diverso tono (imperioso, supplichevole, beffardo, complice, saputo, allusivo, amichevole, accattivante, ritroso, ambiguo, crittato o completamente di fuori come i terrazzi ) scritti da altri aficionados che si scambiano messaggi erotici come se fossero in una gran piazza nella quale tutti possono acoltare tutti, e tutti intervenire a stracazzo nel ragionare di tutti. Ognuno può partecipare digitando sulla tastiera le proprie ispirazioni e tutto resta scritto come in una specie di verbale, che a confronto quello del processo Pacciani sembra un sonetto del Guinizelli e le pagine del nostro vituperato periodico (Il Vernacoliere - n.di r.) brani delle Sacre Scritture. Già la prima rapida scorsa sgomenterebbe Alvaro il Laido, ma il Borza non si perde d'animo e mentre le schermate si succedono alle schermate (automaticamente si rinnovano ogni tre minuti) va avanti cinico e imperturbabile come un notaio e spigola quel tesoretto rendendosi progressivamente conto che di tutta quella gente nemmeno si capisce bene né il sesso né l'età; anche se, sugli altri, emergono tipi bruschi e gagliardi i quali entrano in maiuscolo con incontrovertibili istanze tipo : CERCO GIOVANE PER ROMPERGLI IL CULO o CHI MI FA UNA SEGA ON LINE ? che subito ne rivelano la spiccata personalità e il poderoso substrato etico; questi ed altri arnesi simili si preoccupano altresì di comunicare alla rete telematica mondiale dettagliate descrizioni della loro attrezzatura genitale: morfologia, dimensioni, consistenza, talora lasciandosi prendere la mano da misure decisamente poco attendibili (oltre i 30 cm. di lunghezza, ad esempio) che - se fossero vere - garantirebbero loro un remunerativo impiego da fenomeno di baraccone o un mandato alla Casa Bianca. I loro soprannomi - cazzoduro, uccellone, pene - ne qualificano la fantasia fervida e pittoresca e una garbata lessicologia, e quando si mettono a dialogare con altri colleghi ne sorte un fraseggiare elegante e forbito e una lucida filosofia di fondo: TI SPACCO LA FICA A TE E A QUELLA TROIA DELLA TUA SORELLA - METTIMELO NEL CULO FINO ALLE PALLE - FAMMI UN POMPINO CON L'INGOLLO, (casualmente citando, ed evitando il peggio, che talora risulta infiorettato di blasfemìe raccapiccinati) nella migliore tradizione della prosa anonima da pisciatoio del XXI secolo. Altri ve ne sono, più modesti e contenuti ma d'altrettanta valentìa digitale, che si aggirano come astuti falchetti nella chat esibendo nomignoli da bassa manovalanza malavitosa di quartiere, mutuata dall'onomastica cinematografica delle bande del Bronx e dintorni; lupi, volpi, scorpioni, leoni, più o meno neri, argentati e ruggenti, un bestiario vastissimo intrecciato con appellativi di pirati, banditi e altri gaglioffi che serve ad attirare l'attenzione di una clientela femminile o presunta tale (samante, mimme, lune, titti etc.), un po' stordita e sognante, alla quale, prima o poi, vengono sottoposte profferte di coccole e carezzine che - se loro stanno al gioco - spesso sconfinano in titillamenti di qui, abbassamento di mutande di la, ditini infilati di su, toccamenti sul buchino di giù, bagnamenti di sotto, mantrugiamenti di puppe di sopra e compagnia cantando fino a giungere alla acrobatica figura (sempre virtuale) dell'orgasmo in diretta: AAAAAAH VEEEENGO...COME MI FAI GODERE...chiaramente simulato, poichè, pur atteso lo scarso impegno della materia cerebrale, se uno deve scrivere avrà quanto meno le mani occupate, no ? A tutto ciò fa seguito spesso il commento vitellonato: TI E' PIACIUTO BABY ORA FATTI UNA CANNA che conferisce un look molto vissuto e trendy al rapporto. Quando le bambine non abboccano o lesbicheggiano (sempre virtualmente) tra loro chiedendosi cosa hai sotto, gli slip ? - no sono tutta nuda, i falchetti sganzeggiano con discorsi da bar di borgata e si scambiano informazioni sulle ficone (virtuali) che hanno fatto sdilinquire o intraprendono conversazioni occulte del tipo: silver@@@dagli sotto che***wow le sue cosce& cisivede al solito p.? sandokan sei grande%palmiro la roba...faustino aspetta/fanculo 2 volte^^^^Morena lo sai comè no!:))***. Su queste tribù giganteggiano alcuni guru che quando appaiono in chat gli altri fanno: è arrivato il Dr.Kildare o Caribù, o un altro nome tosto, caro all'immaginario collettivo, e polarizzano l'attenzione dei chattaroli che di colpo interrompono masturbazioni, corteggiamenti , ciacole, sballi vari e ostentano loro ossequio e parole di benvenuto, di elogio, di lacchezzamento; sono gli anziani, patres conscripti della chat, austeri ma premurosi, che si rivolgono ora a questo ora a quella e si informano sullo stato di salute, sui mestrui, sulle paturnie : passata quella cosa, barbarella ? come andiamo con le emorroidi, falco della notte ? e il tuo cane ha sempre la diarrea, donnadeisogni ? Mostrano di conoscere vita morte e miracoli di tutti e ammanniscono graziosamente ammaestramenti e consigli, poi vanno via come avessero roba importante da fare e mica perdere tempo con questi citrulli che cazzeggiano a giornate (non lo dicono ma si capisce). Niente di male naturalmente, e buon prò gli faccia al popolo telematico lo sfogo della libidine virtuale, specie se - raramente, penso - può dare luogo a qualche rimorchio reale, di ciccia; solo che a un certo punto ti viene un ragionevole dubbio: che alcuni di questi signori e signore siano appostati dietro le dotazioni informatiche di amministrazioni pubbliche e di aziende private e si trastullino con i media telematici di Pantalone, proprio come un tempo s'usava, tra colleghi, esorcizzare certa noia e avvilimento della condizione impiegatizia abbandonandosi a disquisizioni interminabili sulla topa e dintorni e intraprendendo squallide galanterie fantozziane con la signorina Silvani di turno; insomma la ratifica telematica, virtuale, digitale e globalizzata dell'assunto eterno che in ufficio si fa una sega a giornate. Naturalmente con tutti i vantaggi che offre il progresso alle soglie del terzo millennio.
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venerdì, 25 novembre 2005
 

per chi non ne fosse a conoscenza un brano del mio Galateo che illumina l'eroica figura di Ambrogio, l'autista della pubblicità dei Roché Ferrero: Digressione sui bonbons al cioccolato e nocciola, dichiaratamente strumentale all'encomio di Ambrogio, emblematica figura di gentiluomo contemporaneo. 1 Tra le maggiori fortune incontrate nel gradimento delle schiere del popolo dell'utenza da parte dei personaggi effimeri della pubblicità televisiva , si annovera quella della figura di Ambrogio. Ambrogio è il protagonista dello spot di gran lunga più ricco di encomiabili sentimenti e di profondi patèmi di tutta la feconda produzione televisiva contemporanea; la sua vicenda è un poderoso affresco, sintetizzato in pochi tratti e con perfetta confezione, che illustra magistralmente sia il volubile comportamento della borghesia decadente, sia la tragica condizione delle classi lavoratrici sospese tra l'asservimento al bisogno e gli anèliti verso una rivoluzione di valori, per finire con la liberazione espressa attraverso la metàfora dell'apparentemente banale prodotto di mercato con cui s'esalta l'osceno strumento d'una ben più radicale catàrsi. Per questi motivi è doveroso attribuire ad Ambrogio le insegne di gentiluomo ed indirizzare le giovani generazioni all'imitazione del suo comportamento. 2 La storia è semplice: la ricca signora, bella e senza età, sfarfalla in voile giallo papalino tra i fiori carnosi della sua grande serra ; rappresenta l'opulenza del plusvalore che rende la vita spensierata; ella - si capisce - non è malvagia per natura, ma leggera e vanèsia, e ama il lazzo. Di contro si staglia, in plumbea divisa da lacchè, Ambrogio, , l' autista attempato e fedele che segue premuroso i volteggi della padrona tra le fronde, ne spia col volger degli occhi le graziose movenze senza che un'espressione traspaia dal volto antico ed imperturbabile. E' evidente il retaggio della sua discendenza da generazioni di razza contadina, adusa al manico della vanga ed alla robusta defecazione all'aperto, ai fasti della polenta asciutta (gialla, anch'essa), ma pròvvida e saggia dell'esperienza atàvica sviluppata nel contatto con la natura. 3 Ed ecco che la leggiadra, la quale, vista da vicino, denuncia all'occhio attento i segni dell'inclinazione al vizio, alla corruttela, e - perchè no ? - alla pratica della fellatio d'alto lignaggio , s'accosta all'Ambrogio e maliziosetta gli manifesta: “Ambrogio...avrei un certo languorino...” Lo spettatore avvertito, a questa dichiarazione, non trattiene un primo sobbalzo: quel languorino improvviso della bella dama da quali oscuri recessi dei visceri promana? E' esso un incipiente solletichino all'epigàstrio provocato dal fèrreo regìme alimentare con cui la vezzosa preserva le sue avvenenti forme, oppure un vagìto di libidine che risale timidamente le pareti accidentate della sua trafficata vulva ? 4 La famiglia italiana media segue con grande apprensione sul video lo sviluppo degli eventi e una forte tensione attraversa il popolo dei teleutenti, come durante un comunicato del Quirinale o l'estrazione dei numeri della lotteria. Ma l'Ambrogio non trenna - conosce i suoi polli - e quando la pottìvaga afferma svenevole che la sua non è proprio fame, egli insinua con franchezza trattarsi piuttosto di “...voglia di qualcosa di buono...”, sollevando così da dubbi ed ambasce ragionieri, casalinghe, metalmeccanici, studenti medi, i quali tutti, in un coro ideale che si leva da ogni postazione televisiva della penisola, sentenziano gnomicamente : “E' voglia d'uccello..!” . 5 E a questo punto si celebra il Trionfo dell'Allegorìa; l'Ambrogio, da cui tutti si attendono il provvidenziale ed eclatante sfoderamento di una cospicua verga proletaria, tosta e nocchiùta come un asso di bastoni, propone invece alla maliarda una piramidina di glandimorfi bonbons catafratti in aurea stagnola (quelli pure gialli), dall'aspetto invitante e lascivetto. Espediente simbolico di una solenne, beluina copulazione tra questa Lady Chatterly meneghina ed il suo maturo chaffeur o di essa noccioloso, croccante, dolcissimo surrogato ? 6 Il Grande Comunicatore Celeste che manovra i destini dei protagonisti degli spots pubblicitari lascia il pubblico nel dubbio e lo costringe ad almanaccare con l'immaginazione dietro a ciò che non si vede; allora ci sarà chi (mamme, zie, nonne, cattolici del dissenso, omeopatici, ecologisti, citrulloni sentimentali) suppone che alla fine la fatalona abbia semplicemente degustato un cioccolatino, chi (scettici, sindacalisti, pubblico impiego, anziani lubrìchi) è sicuro che ella invece sia stata gagliardamente ingroppata dal baldo autista e chi infine (professionisti, magistrati, eminenti prelati, management d'alto bordo) è disposto a giurare che la vaporosa abbia prima delibato una spanna abbondante del godevole, per quanto frugale, carnoso frutto del nostro Ambrogio e poi si sia rifatta la bocca con il delicato dolcetto. 7 Né l'enigma si chiarisce con l'epilogo della vicenda che ci mostra la sinforosa appagata mentre sfiora il nostro ormai sorridente (pur sotto i baffi) eroe e lo gratifica con un: “Tu pensi proprio a tutto, Ambrogio...” In quel momento son tutti dalla parte di Ambrogio, e anche se non compreranno mai la lodata marca di cioccolatini, sapranno apprezzare il generoso contributo di quel valoroso all'emancipazione delle classi lavoratrici; la quale, secondo gli studi più recenti dell'Istituto Gramsci, passa anche fra le cosce della moglie del padrone. Senza far dell'evento pubblico dominio, come si conviene ad un autentico gentiluomo. Ettore Borzacchini scusate la grafica, ma con mac non riesco a fare di meglio
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martedì, 22 novembre 2005
 

ultimissime del Dizionario

Ridocciare

Voce gergale d'uso popolare, iterativa di “docciare” ma con diverso intento espressivo, volendo significare azione ripetuta ed insistita in varie circostanze, seppur comunque riferibili all'attitudine d'una “doccia” o canale nel trasportare e trasferire acqua corrente o altri liquidi.
Secondo il Giarabub, Jeremy, detto “Asciugafiaschi”, noto studioso della Cinematica dei Fluidi Vinosi applicata alla Sbronza da Carretto presso la Torquato Hostery di Bryaone nel Minnesota Solvay , esiste un fondato nesso tra l'atto del “ridocciare” e il concetto di “grondino” (piccola gronda), colorita definizione della gente d'area toscana per indicare la bevuta rapida e spesso ripetuta di modeste quantità di vino e altri alcoolici di basso rango nel “gottino”, il tipico contenitore di vetro a fondo spesso anche impiegato per l'assunzione del ponce alla livornese (bevanda pacifista il cui utilizzo strategico è previsto nelle operazioni di smobilitazione progressiva del contingente italiano dall'Iraq - v. il programma “Un Ponce per Bagdad”, Sod. Musch. 2005).
‹‹ Ridocciare insieme uno o più grondini (to take again like a shower one or more grondynes together), nell'apparente formula tautologica, assume - dalle dichiarazioni del Segretario di Stato americano Condoleeza Rice, detta amabilmente Pottadigheezaa (pronun.: Pottadighisa) dagli intimi del Pentagono - il valore sociale e politico d'un atto altamente umanitario teso a favorire quell'affratellamento dei popoli e quella reciproca comprensione delle civiltà che le assurde proibizioni dell'integralismo islamico vorrebbero ostacolare›› (Programma Oil for Punchs,U.N. : All drunks, all brothers - Tutti briai, tutti fratelli); anche se per altro non bisogna dimenticare il saggio mònito di Stinchi, il cavallante ubriacone della famosa operetta fiorentina “L'acqua cheta” : ‹‹ (quel che fa male)…non è i' bbere…è i' ribere…›› (Massimo Toschi, assessore al Perdono, Reg.Toscana)
E' per altro assai diffusa l'estensione figurativa del verbo nei suoi molteplici assunti edonistici; dal “ridocciarci” avidamente su esagerate porzioni di baccalà: ‹‹Bonooo… Argìa passami il tegame che ci ridoccio !›› al “ridocciarci” nella replica dell' accoppiamento amoroso: ‹‹ Zaira, boia che bel culo che ciài,, girati che ci si ridoccia…››, fino alle manifestazioni, le più luminose, di senso di responsabilità e di attaccamento al dovere delle alte personalità ai vertici della Repubblica: ‹‹Franca…e' ci si sta gobbi ar Quirinale…quasi quasi ci ridoccio…però poi a 94 anni, giuro, vo in pensione e si ritorna a Livorno…!›› (cfr.: Mario Cardinali & Enzo Biagi, La storia futura d'Italia nelle locandine del Vernacoliere - dal 2006 al 2013, Livorno 2005)
Infine, nel significato più ampio e generico di recidività, “ridocciarci” esprime condizione di ricaduta in un qualche accidente o di recrudescenza d'alcunché d'infausto e maligno; in tal senso si può dire che ci ha “ridocciato” chi prende un raffreddore più volte, chi si risposa subito dopo il divorzio da una donna che l'ha riempito di corna, chi continua a farsi affibbiare i “panierini” dai promotori finanziari e chi crede ciecamente alla palingenesi del partito socialista.

Prof. Ettore Borzacchini
g.marchetti@awn.it



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